Home Comunicazione INTERVISTA AL DIRETTORE ALBERTO MARCHISIO DI CANTINA VITEVIS A MONTECCHIO MAGGIORE

INTERVISTA AL DIRETTORE ALBERTO MARCHISIO DI CANTINA VITEVIS A MONTECCHIO MAGGIORE

by Serena Aversano

Continua il mio sondaggio nel mondo del vino, per capire le motivazioni delle scelte che i produttori hanno messo in campo in questo momento storico difficile e per ascoltare le loro idee, i loro dubbi, ma anche la loro visione di futuro.

L’intervista di oggi è ad Alberto Marchisio, direttore generale della Cantina Vitevis di Montecchio Maggiore e Presidente Assoenologi  sezione Veneto, con origini piemontesi e nel suo background vanta percorsi professionali di tutto rilievo. E’ stata una piacevole chiacchierata, aperta e generosa che mi ha permesso di  capire il personaggio, sicuramente un uomo concreto che ha fatto del vino la sua ragione di vita.

IL SETTORE DEL VINO DA FATTORE TRAINANTE DELL’ECONOMIA E DELL’EXPORT MADE IN ITALY A SETTORE IN CRISI, CON UN ALLARME LIQUIDITA’ LANCIATO DA COLDIRETTI. IN QUESTA DIFFICILE SITUAZIONE IN CUI I FATTURATI SONO CALATI ENORMEMENTE QUALI SONO SECONDO LEI LE PRIORITA’ PER LA SUA CANTINA?

Se ripercorriamo le vicissitudini degli ultimi mesi, abbiamo avuto marzo che ha confermato a livello di vendite i numeri dello scorso anno, grazie alle spedizioni  fatte in velocità verso i mercati esteri, per il timore dell’imminente chiusura delle dogane e del lockdown. Aprile è stato un mese difficile che ha segnato un 30% in meno rispetto ai dati dello scorso anno, mentre per maggio abbiamo riscontriamo una leggera positività e prevediamo che il calo sarà un po’ più contenuto. Alla luce di questo andamento siamo fiduciosi che la ripresa possa avvenire speriamo in tempi rapidi.

Siamo una cooperativa piuttosto giovane, che nasce negli  ultimi 5 anni, rappresentiamo ben 49 denominazioni, 2.800 ettari vitati, coltivati dai nostri 1350 conferitori. Le nostre quattro cantine si trovano nel cuore del Veneto tra Verona e Vicenza; riusciamo ad abbracciare territori molto vocati dal Lugana al Bardolino per arrivare fino al Prosecco superiore dei Colli Asolani. La nostra base rimane il vino sfuso anche se in questi ultimi anni abbiamo puntato molto sulla riconoscibilità dei marchi in bottiglia.

Noi siamo focalizzati sul canale Ho.re.ca con l’idea che non è il prezzo il nostro focus ma il posizionamento e ci siamo dati come obiettivo la crescita ponderale di tutta la nostra gamma prodotti. In questo momento storico,  abbiamo sofferto più di altre realtà, proprio per questa nostra conformazione delle vendite molto focalizzata nel canale tradizionale perché per noi la Gdo rappresenta solo il 1% dell’intero fatturato, con una distribuzione  per lo più locale con le linee Castelnuovo, per il Bardolino e il Custoza.

Le priorità sono state quelle di mettere in sicurezza l’azienda dal punto di vista organizzativo/sanitario degli operatori e dal punto di vista finanziario attraverso un contenimento dei costi; senza dimenticarci di avere uno sguardo attento nell’ottimizzare gli spazi di ormai un’imminente vendemmia.

Devo dire che in questo periodo difficile abbiamo sentito spesso i nostri clienti per capire quali potevano essere le loro esigenze, cercando anche di farci coraggio uno con l’altro, ma anche di prepararci al dopo. E’ stato questo un momento di riflessione che ci ha permesso di  migliorare la nostra offerta ascoltando le loro nuove esigenze.

TRA LE DENOMINAZIONI DA VOI PRODOTTE QUAL E’ QUELLA MAGGIORMENTE IN SOFFERENZA?

Per redditività è il Pinot Grigio, un vino inflazionato che ha fatto la storia. Tuttora questa denominazione rimane molto in voga negli stati uni Stati Uniti anche se risulta essere alla ricerca di un’identità più forte. Personalmente credo nel sempre più affermato prosecco che oggi rappresenta sicuramente il bere italiano in tutto il mondo.

Noi italiani siamo bravi ad assecondare il mercato, ora più che mai c’è l’esigenza di attuare una forte promozione all’estero per valorizzare i nostri vini e il nostro territorio. In questi due mesi le famiglie hanno risparmiato, sono state attente, diminuendo gli sprechi, bisognerebbe continuare così. Il lockdown ci ha fatto cambiare i nostri stili di vita e per certi versi ci ha migliorati, sono ritornate di moda le produzioni locali, per i vini sarà la stessa cosa, il locale tornerà ad essere preso in considerazione, anche se con il distanziamento sociale i consumi di vino caleranno  in maniera importante, specialmente se il turismo non dovesse riprendersi in tempi rapidi.

SECONDO LEI LA COMUNICAZIONE PUO’ ESSERE UN AIUTO PER SUPERARE QUESTO MOMENTO?

Abbiamo assistito ad un grande cambiamento, ora la comunicazione si è trasferita nel digitale, la gente si incontra su  zoom o skype , si organizzano webinar e anziché fare business seduti  a tavola oggi si concludono ordini per via telematica,  tutto è cambiato anche nel mondo del vino. Oggi per noi fare comunicazione vuol dire stare vicino al distributore, al ristoratore e ai nostri clienti; stiamo lavorando in sinergia con ciascuno di loro per improntare strategie volte a soddisfare i bisogni e le nuove richieste da parte del consumatore finale. Il modo di consumare vino è cambiato e continuerà a cambiare.

In questi mesi ci siamo posti come priorità la comunicazione interna verso i nostri soci e abbiamo cercato di renderli partecipi invitandoli a fare un patto di sostenibilità, a tenere in maniera più scrupolosa il quaderno di campagna per non fare più gli errori del passato e cercando di eliminare i costi superflui.

Ora come ora la credibilità di un’azienda si gioca sul rispetto dei valori che rappresenta, per noi è diventato prioritario seguire il cliente non solo per un ordine one shot ma in modo coerente e continuativo, costruendo assieme un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco.

CREDE CHE LE FIERE POSSANO ANCORA OGGI AVERE IL VALORE CHE AVEVANO PRIMA DEL CORONAVIRUS?

L’incontro tra produttori, operatori e pubblico è ancora importante e le fiere continueranno ad avere il loro valore, anche se dovranno rinnovarsi, nel format ma soprattutto nella mobilità, credo sarà sicuramente più difficile spostarsi nel prossimo periodo.

Mi immagino il Vinitaly e il Prowein del futuro come fiere sempre più legate al target professionale e agli operatori. Il consumatore finale rimarrà importante ma si dovranno trovare spazi e momenti interamente dedicati a questo target.  Sappiamo infatti che i winelovers amano conoscere ed  incontrare direttamente i produttori, questo è innegabile, perché amano farsi spiegare le caratteristiche del vino, della vendemmia e dell’annata interagendo direttamente con il produttore che ha di fronte.

Per ritornare al ristorante sicuramente un po’ di timore ci sarà, ma dopo un primo momento di titubanza poi si riprenderà come prima, almeno ce lo auguriamo!
Ora abbiamo una gran voglia di ritrovarci assieme ai nostri agenti e ai nostri clienti per assaggiare le nuove annate, per poterci finalmente riabbracciare. Questo è quello che ci manca di più, il contatto fisico con le persone.

Intervista di Serena Aversano

Ti potrebbero interessare anche...

Leave a Comment